Santo Stefano del Sole

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Laurenziello

“Una sola cosa non vogliamo cantare,
sì, perché ci fa vergognare:
ma la storia non si può cambiare,
di Laurenziello dobbiam parlar!”

Lorenzo De Feo, meglio conosciuto col nomignolo di Laurenziello, nacque a Santo Stefano del Sole, da Giuseppe De Feo e Maria Romano, il 25 giugno 1774. Figlio di pastori e lui stesso pastore, mentre era con le sue pecore al pascolo ingannava il tempo con il suono della zampogna. Per sua sfortuna, una malattia contagiosa attaccò le sue pecore che morirono tutte, e perciò con la sua famiglia fu lasciato sul lastrico. Per sbarcare il lunario s’inventò taglialegna, ma quando fu chiamato dal Marchese di Santa Lucia di Serino a servirlo come uno dei scherani, detti volgarmente miliziotti, non si tirò indietro. Fece gavetta ed in breve divenne il Capo. La sua era una banda di oltre 60 briganti a cavallo, addestrati a saccheggi, imboscate, omicidi, stupri, violenze di ogni genere:spogliarono mercanti e semplici viandanti di ogni loro avere, a Piano di Montoro uccisero in pieno giorno il sacerdote Ippolisto Cocchia, ammazzarono tre ricchi carbonari di Mugnano nel bosco di Monteforte. Per conto del Barone di Marchiafava, sequestrò cinque soldati doganali, mozzò prima un dito a ciascuno di essi, e poi, dopo averli ben legati, li gettò su una catasta di legna, bruciandoli vivi!! Sazio di tante stragi in Campania, Laurenziello si recò in Puglia, sia per sfuggire alla caccia che gli davano le truppe di Re Gioacchino Murat, sia perché là supponeva un campo più propizio per le sue gesta. Ritornato a Santo Stefano, si presentò per le strade del paese con atteggiamento spavaldo, per cui gli abitanti restarono ragionevolmente terrorizzati. Il 3 agosto 1809 avvenne la strage di Santo Stefano del Sole. In quel giorno festivo, nelle ore pomeridiane, mentre il popolo si allietava ascoltando le soavi note della musica, improvvisamente si udirono dalle parti di Capocasale alcuni colpi di carabina. I primi a cadere sotto i colpi, furono una mamma con il suo bambino poppante, il sindaco Ciriaco De Feo ed un sacerdote di Aiello del sabato che si trovava lì di passaggio. In tutto, solo in quel giorno, i morti furono più di 30, innumerevoli i feriti. Ogni famiglia di Santo Stefano contò le sue vittime. L’infausto giorno 3 agosto 1809 sarà ricordato come il più sanguinario della storia del paese.

Un giorno che era festa al suo paese
Con tripudio di suoni e lieti canti,
dalla montagna rapido discese
Laurenziello con tutti i suoi briganti,
e, pervenuto dentro al villaggio,
opera egli fece di barbaro selvaggio!
Dei cittadini la devota festa
In lutto convertì lo scellerato,
che di colpi mortali una tempesta
incominciò per tutto l’abitato.
Ritrarre in carta ed adeguar parlando
Chi può quello spettacolo nefando?
San Stefano di stragi era già pieno,
vedevansi in mucchi tanti corpi avvolti,
là feriti sui morti, e qui giacevano
sotto morti insepolti egri sepolti….
Cessato pascia il miserando scempio,
sazio sul monte ritornò quell’empio.

Ma la storia di Laurenziello in breve tempo, per circostanze avverse, iniziò ad avere una fase discendente. Alcuni dei suoi briganti furono uccisi nei conflitti con le regie truppe. Lo stesso Laurenziello fu costretto a rifugiarsi in un paesello di Terra di Lavoro, dove, di lì a poco, fu catturato e processato, insieme a suo fratello ed altri tre briganti. Il 10 febbraio 1813 avvenne l’esecuzione in Piazza Libertà ad Avellino. Laurenziello fu l’ultimo ad essere impiccato, chiese da bere ma il boia gli rispose:”Berrai all’inferno fra poco!”. Il trapasso fu veloce, un grido acutissimo e selvaggio del capobrigante produsse nella folla immensa uno strano terrore. Tutti i presenti, come impazziti, si diedero alla fuga cercando salvezza. Il suo corpo fu lasciato in piazza per dodici ore, quindi gli fu reciso il capo che fu poi chiuso in una gabbia ed asposto in cima ad un lungo palo nei pressi del cimitero di Avellino, proprio al bivio che porta ad Atripalda (Puntarola). Un mulattiere, più volte derubato, si trovò a passare di là e scuotendo il palo apostrofò il teschio:

“Oh Laurenziello! Laurenziello! Quante me n’hai fatte passare?!”

La gabbia si staccò e piombò sulla testa del mulattiere, fracassandogli il cranio! L’infelice cadde a terra e spirò.
Questo fatto, sicuramente di natura fortuita, accrebbe la triste fama di Laurenziello, per cui è rimasto il detto :

<< Laurenziello pure ‘roppo morto facivo ‘natu ‘micidio>>

(anche dopo morto commise un altro omicidio)
E così venne la sua fine, morì a 36 anni con centinaia di omicidi sulle spalle…



La "Rosamarina"

Il “canto” Santostefanese per antonomasia è la “Rosamarina”, canto rituale che accompagna una “frasca” ornata di arance e limoni, dono augurale pasquale alle famiglie del paese, nonché come momento di aggregazione e di gioia collettiva. Questo canto è anche una “tammorriata”, che appoggia la sua struttura ritmica su molte tammore, su un solo organetto o fisarmonica e su qualche “scetavajasse” e “tricchebballacche”. Ogni tammorriata diventa unica ed irripetibile perché durante l’esecuzione si instaura un rapporto particolare tra cantori, suonatori e tutti i presenti. Il canto va avanti tra trasgressioni all’ordine costituito e alla morale: spiare la fanciulla nella sua “cammarella” augurarsi che la scala si “rumpesse” per riposarsi “nbraccia nennella mia”. Il canto si chiude con la ”buonasera a li signori” a cui fa seguito la dedica. Uno degli elementi indispensabili durante l’esecuzione di una tammorriata è il vino, infatti lo stato di ebbrezza solleva l’uomo dall’essere terreno. ”E pigghia ‘u carrafone e danc’a beve”, solo ora può iniziare il canto.

Ogni annu quannu è Pasqua rusata
Jammu mettennu la Rosamarina…
Rosamarina è quannu
Oj quannu s’è allungata
Oj quannu s’è allungata
‘ncoppa sta fenestella si sagliuta
Si sagliuta
‘ncoppa sta fenestella si sagliuta!
Oj la figliola ‘ncoppa sta funesta
Famme la razia nun te ne trasine,
vottami lo capillo.
Oj bella rà ste trezze,
Oj bella rà ste trezze,
ca fino a ‘ncoppa là
voglio saglina,
voglio saglina
ca fino a ‘coppa là
voglio saglina!

Voglio verene chu ‘nce stane
N’coppa sta cammarella voglio ine…
La voglio spezionà,
la voglio baciana
la voglio baciana
finchè mi rice:
“Amò,lasciami stana!
Lasciami stana!
Finchè mi rice:
“Amò,lasciami stana!


                           --> continua
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Vulesse saglì ‘ncielo se putesse
Cu na scalpella re ruicientu passe…
Quanno foss’a la cima,
oj bella e se rompesse
oj bella e se rumpesse
‘mbraccio a nennella mia
M’arrepusasse
M’arrepusasse
‘nbraccio a nennella mia
M’arrepusasse!
Scusate ch’aggio fatto troppo tardi
‘nce steva Gesù Cristo ‘mpassione,
apriteli le porte.
Oj bella a la fenesta
Oj bella a la fenesta
Facitece trasì pe’ grazia vosta,
pe’ grazia vosta,
Facitece trasì pe’ grazia vosta!
Vuj ca sapite ca la morte vene
tutte le belle se vulea pigliane,
tu ca si bella nenna,
mittiti ‘mpinziero
mittiti ‘mpinziero
le tue bellezze a chi le vuoi lasciana
le vuoi lasciana
le tue bellezze a chi le vuoi lasciana!




                            --> continua

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Se ‘nce sta chiù de nu bicchiere
Me pare nu cristallo r’acqua ‘e mare
Quannu cammini, quannu…
Cammini leggera,
cammini leggera,
me pari rondinella quannu vola,
quannu vola,
me pari rundinella quannu vola!

‘Miezz’ a lu mare è nata na scarola,
li turchi se la locano a primiera,
chi pè la cimma e chi…
oj lo strippone,
oj lo strippone,
viato chi la vence sta figliola!
Sta figliola
Viato chi la vence sta figliola!

Li signori ra tantu luntanu,
li signori ra tantu luntanu,
a vuj, signori, addiu!

Santu Vitu ve pozza ajutana,
pozza ajutana!!!
















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