Il Brigante Laurenziello

Lorenzo De Feo, detto Laurenziello, fu un temuto brigante del Sud Italia, operante agli inizi dell’800 nella provincia di Principato Ultra (come allora si chiamava l’Irpinia), la Terra di Lavoro (antica regione, soppressa dal Fascismo, che comprendeva l’attuale Pianura Campana-Sannio, il Lazio meridionale e il Molise) e la Puglia. Nacque il 25 giugno 1777 a Santo Stefano del Sole da Giuseppe De Feo e Maria Romano. In balia della più totale povertà, venne assoldato tra i bravi del Marchese di Santa Lucia di Serino, compiendo soprusi e omicidi in suo nome. Dopo aver avuto una discussione violenta con Saverio de Feo, capo della Guardia Urbana di S. Stefano, pensò di “darsi alla macchia” affermando testualmente “‘Se mi do alla campagna, devo far piangere i figli dal corpo delle madri”.
Dopo essere stato arrestato per alcuni reati comuni, la sua pena venne commutata in servizio militare: infatti,  Laurenziello, al servizio di Ferdinando IV nel 1806 partecipava alla difesa di Gaeta, assediata dai francesi che avevano invaso il Regno borbonico.
Tornato in Irpinia, in breve tempo mise insieme una banda di oltre 60 briganti (e brigantesse) provenienti anche dai Comuni vicini (Serino, Volturara, Montella, dove trovava appoggio logistico) e spostandosi in tutto il territorio compì ogni sorta di delitto: furti, rapine, estorsioni,  omicidi, stupri ed addirittura stragi e saccheggi nei paesi irpini, anche in pieno giorno.
Nella sua attività delinquenziale, Laurenziello trovava appoggio sia nella popolazione che nei notabili locali, favorevoli ad un ritorno di Ferdinando IV.
Ciò nonostante, nel Comune di Santo Stefano del Sole il brigante compì due atroci delitti. Il primo il 30 marzo 1809, quando sulla strada che porta da Cesinali a Serra fece uccidere dal brigante Mafone l’Arciprete di S.Stefano Marco De Feo (8 settembre 1775 – 3 agosto 1809),accompagnato da un garzone Gaetano Feola, e colpevole di aver scomunicato lui e la sua banda.

Il sacerdote di Cesinali, Pasquale Cocchia, che compose la storia di Laurenziello in versi, scrisse:

“Ma più di tutti il perfido Mafone
aveva di stragi una crescente sete,
siccome apparirà dal mio sermone:
di Santo Stefano uccise l’Arciprete,
mentre andava a cavallo in Avellino
non sospettando il suo crudel destino.

Non ebbe manco il tempo il poveretto
di fare alla Madonna una preghiera
che due palle gli trasse in mezzo al petto.
Facendogli veder l’ultima sera:
indi spirar voleva senza ragione
al cavallo ed al piccolo garzone.”

Ricercato dalle truppe di Gioacchino Murat, dovette fuggire in Puglia, continuando la sua opera distruttiva, e dove ebbe uno scontro con un reggimento francese, dal quale riuscì a salvarsi.
Dopo pochi mesi, il 3 agosto 1809, fece ritorno a Santo Stefano, dove compì un’atroce strage. Infatti, mentre il popolo, all’uscita della S. Messa in onore del Santo patrono, si riuniva nella piazza ad ascoltare la musica, egli entrò sparando nel Paese dal Vicolo Costa. Parte del popolo riuscì a barricarsi nella Chiesa Madre insieme all’Arciprete Vito De Feo, che fece sbarrare le porte, mentre il resto del popolo tentò di fuggire per i vicoli, ma fu inseguito e colpito. Dirigendosi verso Capocasale entrò nella casa di Antonio Pisapia, caporale, ed uccise la moglie, con il neonato che stringeva in braccio. Il Sindaco di S.Stefano, Ciriaco de Feo, fu trascinato in piazza dai briganti, per essere colpito da vari colpi di pistola e poi finito dai mastini di Laurenziello. Tra le vittime più nobili vi fu Stefano Romano, sacerdote di Aiello del Sabato, colpevole di aver insistito nel portare conforto ai moribondi nonostante l’ordine di allontanarsi dato dai briganti. Nel complesso, ogni famiglia di Santo Stefano ebbe delle vittime: i morti furono più di 30, i feriti molti di più.

Il sacerdote Pasquale Cocchia, a proposito di quel evento nefando, prosegue nel suo libro:

“Un giorno ch’era festa al suo paese,
con tripudio di suoni e lieti canti,
dalla montagna rapido discese,
Laurenziello con tutti i suoi briganti
e, pervenuto dentro al villaggio
opera egli fece di barbaro selvaggio!

Dei cittadini la devota festa
in lutto convertì lo scellerato,
chè di colpi mortali una tempesta
incominciò per tutto l’abitato.
Ritrarre in carta ed adeguar parlando
chi può quello spettacolo nefando?

San Stefano di stragi era già pieno,
vedevansi in mucchi tanti corpi avvolti,
là feriti sui morti, e qui giaceano
sotto morti insepolti egri sepolti…
Cessato pascia il miserando scempio,
sazio sul monte ritornò quell’empio.”

Dopo la strage del 3 agosto, molti dei briganti vennero uccisi o catturati negli scontri con le truppe francesi.
Laurenziello, il fratello Luigi e altri briganti riuscirono a fuggire e trovare rifugio presso un compagno che abitava nella Terra di Lavoro. Tuttavia, allettato dalle taglie poste dal Re Murat sulla testa di Laurenziello e i compagni, questi lo tradì e il brigante venne ferito e catturato il 17 novembre 1811 a Moschiano e processato presso la Corte Criminale di Avellino.
Laurenziello, il fratello e altri tre brigantifurono impiccati in Largo dei Tribunali, l’attuale Piazza della Libertà di Avellino, il 6 maggio 1812 . L’esecuzione si svolse in circostanze anomale: infatti, i presenti all’esecuzione narrano che il brigante chiese da bere, ma non fu ascoltato; allora emise un forte grido di rabbia che fece fuggire la folla impaurita. A causa della confusione, si credette che il brigante fosse riuscito a liberarsi, e all’esercito  che presiedeva l’esecuzione fu dato immediatamente l’ordine di sparare sulla folla, così causando circa quattro morti e decine di feriti, molti dei quali furono calpestati dagli zoccoli dei cavalli.
Le disposizioni furono che: “Le cinque teste de’ Briganti devono esser recise e collocate nel modo qui’ appresso, cioè: Quella del Capobrigante Laurenziello al Bivio consolare che conduce ad Atripalda situata in cima di un lungo trave. L’altra di Luigi de Feo all’ingresso del comune di San Stefano sua patria. E le altre tre di Terra di Lavoro si spediranno con una lettera all’Intendente di Nola per collocarsi ov’egli crederà più opportuno“.
Il suo corpo venne, quindi, lasciato in piazza per dodici ore; dopo gli fu reciso il capo, che fu, infine, chiuso in una gabbia ed esposto in cima ad un lungo palo a Porta di Puglia. Un mulattiere, che era stato molte volte vittima del brigante, si avvicinò al palo e, scuotendolo, disse: “Oh Laurenziello! Laurenziello! Quante me n’hai fatte passare!”. La gabbia, essendo stata scossa, si staccò cadendo sulla testa del mulattiere, che morì per il trauma cranico. Questo fatto, sebbene accidentale, accrebbe la triste fama di Laurenziello, per cui è rimasto il detto: “Laurenziello pure ‘roppo muorto facivo ‘natu ‘micirio”, ovvero “Laurenziello, anche dopo essere morto, compì un altro omicidio”.

 

Fonti:
– Colacurcio Giuseppe, Notizie storiche del comune di S. Stefano del Sole, Uffici della Campana del Mattino, Napoli, 1914;
– Carpentieri Alfonso (Son Ramiro), Laurenziello nella storia e nella leggenda. Conferenza popolare tenuta nella sala del r. Liceo Colletta il 3 nov. 1901, f.lli Maggi edit., 1902;
– Archivio storico per la Calabria e la Lucania, Volumi 42-43, 1975;
– Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale. 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981;
– Comitato della Mostra di ricordi storici del risorgimento nel mezzogiorno d’Italia, Mostra di ricordi storici del risorgimento nel mezzogiorno d’Italia, Napoli, 1912;
– Corso Raffaele, Il Folklore italiano, Volumi 1-2, 1925;
– De Matteo Giovanni, Brigantaggio e Risorgimento: legittimisti e briganti tra Borbone e i Savoia, A. Guida, 2000;
– Gaudioso Francesco, Brigantaggio, repressione e pentitismo nel Mezzogiorno preunitario, M. Congedo, 2002;
– Lucarelli Antonio, La Puglia nel Risorgimento (storia documentata), 1951;
– Palatucci Ferdinando, Montella di ieri e di oggi, Laurenziana, 1969;
– Samnium: pubblicazione trimestrale di studi storici regionali, Tip. Ist. Maschile V. Emanuele III, 1935;
– Società storica irpina. Irpinia rassegna di cultura., Pergola, 1930;
– Stassano Antonio, Memorie storiche del Regno (1799-1821), Edizioni Osanna, 1994.

A cura di Andrea Melillo, già autore della relativa pagina di Wikipedia.

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