La Rosamarina Santostefanese

Tipiche frasche di Rosamarina 

 

1. La storia

Sebbene da sempre legata a San Vito Martire, la prova documentale attualmente più antica dell’esistenza del rito della Rosamarina in S. Stefano del Sole consiste in una traccia lasciata da un ragazzo di 13 anni in un quaderno di scuola elementare del 1929, mentre non ne fa menzione, nel suo libro “Notizie storiche del Comune di S. Stefano del Sole” (1914), il Prof. Sac. Don Giuseppe Colacurcio, presumibilmente in ragione della natura storico-religiosa, più che culturale, del suo libro.
In realtà, è proprio degli eventi Santostefanesi dell’intero lasso di tempo che dai primi decenni del secolo appena trascorso che non è stata rinvenuta alcuna documentazione fotografica. Invece, nel 1959 viene addirittura girato un filmato in “super 8”.
Il primo studio metodico sulla Rosamarina santostefanese viene realizzato dalla Prof.ssa Vita Fiore Furcolo che, nel 1997, dà alle stampe il volume “Alla ricerca delle nostre radici”.
Questa è la prima occasione per interrogarsi sulle origini e sul significato della tradizione. Dalle ricerche emerge che quel canto rituale, che si pensava fosse una originale prerogativa di S. Stefano del Sole e della sua gente, lo si poteva ritrovare, con qualche lieve variante, in molte località dell’Irpinia.
Inoltre, la tradizione, come ricostruito dalla Prof.ssa Fiore nella sua analisi, ha un’origine “[…] marinara, come dimostra anche l’antica canzone ‘Michelemmà’ (=Michela mia o Michela a mare), precedente al ‘600 […]. Infatti, le strofe di questa tarantella consistono in una sorta di serenata indirizzata ad una fanciulla molto bella. Solo nell’ultima strofa si scopre che questa fanciulla è Michela, nata durante un attacco dei turchi in mezzo al mare di Ischia. Il testo della Rosamarina è, in parte,  molto simile al canto di “Serrana d’Ischia”:
Miezzo a lu mare è nata na’ scarola
Li Turchi se la jocheno a’ primera
Chi pe’ la cimma e chi pe’ la streppone,
viatu a chi la vence sta figliola!

Dove “scarola” vuol dire “Iscarola”, cioè abitante di Ischia, giustificando il riferimento al “mare”.

Mentre, le strofe simili della Rosamarina Santostefanese sono:
Miezz à lu mare è nata na scarola
li turchi se la jochenu a primera
primera cimma a chi’
Vuoi pe lo trippone
Vuoi pe lo trippone

viatu a chi la vence sta figliola
oi sta figliola
viatu a chi la vence sta figliola

Ed, infatti, è plausibile che questo rito sia nato sotto l’impulso dei commercianti della costiera, che giungevano nell’entroterra per portare arance e limoni, prodotti tipici delle proprie località. C’è anche chi ritiene che l’idea del rito sia stata diffusa dai pastori nel periodo della transumanza quando le famiglie irpine che vivevano di pastorizia, per ragioni di sopravvivenza, dovevano annualmente spostarsi, attraverso i Regi tratturi, dai luoghi irpini (più alti e più rigidi, sfruttabili solo in estate) a quelli pianeggianti costieri (più caldi per il periodo invernale), facendo poi ritorno, nel periodo pasquale, quando iniziava a far caldo, portando agli irpini i prodotti tipici della costiera. Non a caso la zona di Piano della Guardia è stata utilizzata fin dall’epoca preistorica come antico tratturo per la transumanza verticale.
Tracce di riti simili, oltre che nel Comune santostefanese, si ritrovano addirittura in Toscana, dove risale alla tradizione ebraica, che praticavano una festa con “una frasca …ornata di aranci e limoni, di fiori e frutta …”. Ciò viene confermato anche da una ricerca effettuata dallo storico irpino  Francesco Barra che ha documentato la presenza di una comunità di ebrei in Irpinia, in seguito alla cacciata dalla Spagna voluta dai sovrani cattolici Ferdinando e Isabella nella prima metà del 1400.

 

2. La “Rosamarina pasquale”.

Il “Rosmarino Pasquale” o, come il popolo usa più comunemente chiamarlo, “‘a Rosamarina”, è, dunque, una festività che si celebra a Santo Stefano del Sole e in altri comuni circonvicini in occasione della Pasqua.
È una sorta di “annuncio gioioso” che si manifesta, sostanzialmente, nella capillare presa di contatto, porta a porta, con tutte le famiglie della comunità, anche le più sperdute e lontane dal centro abitato, come se si trattasse di un censimento che precede la benedizione delle case che il parroco farà il lunedì in Albis. Questa presa di contatto si esplica attraverso un rituale che impegna i promotori per tutta la “Settimana Santa”, partendo, talvolta, anche dal sabato precedente, per raggiungere l’apice la sera del giorno di Pasqua e proseguire nella scampagnata del Lunedì in Albis.

Questo rituale si divide in quattro “tempi” fondamentali:

a) preparazione delle frasche: si svolge in uno o due giorni. Alcuni tra i più esperti e abili potatori e conoscitori della montagna raggiungono le abetaie del circondario per staccarne rami secondari della lunghezza di un metro circa. Le fronde di tali rami devono formare una sorta di ventaglio naturale, il cui manico è costituito dal rametto principale.
Caricato il materiale su un carrello trainato da trattore, viene portato in paese dove, nel frattempo, sono stati trasportati anche un paio di quintali di arance e limoni. Rifinite le frasche con l’eliminazione di eventuali ramoscelli secondari di disturbo, comincia l’allestimento vero e proprio. Ad ogni frasca una volta venivano legati, con lo spago, due arance e un limone, ancora dotati del piccìolo grazie all’attenta scelta fatta al momento dell’acquisto. Oggi, invece dello spago,si usa una busta o una retina per contenerle. Alla frutta viene abbinato, infine, un foglietto sotto forma di etichetta con la scritta: “Nel rituale rosmarino pasquale il Comitato Festa augura buone feste”.

Preparazione frasche 1
Preparazione frasche 2
Preparazione frasche 3
Preparazione frasche 4

b) distribuzione delle frasche: ultimata la preparazione, il mercoledì santo inizia la seconda fase. Le frasche vengono caricate su furgoncini “Ape” o su trattori e trasportate, su disposizione dei “capi rione”, nei vari quartieri e frazioni del paese per essere distribuite alle singole famiglie. In tal modo, entro la mattina del venerdì santo, la distribuzione viene completata e tutto il paese appare gioiosamente abbellito. Alla Chiesa Madre, al Palazzo comunale e al monumento ai Caduti sono destinate frasche speciali sia per la dimensione che per le  decorazioni che l’arricchiscono.

Frasca monumento ai caduti

c) suonata o serenata a domicilio: il nome di questo canto è legato all’antica usanza santostefanese di regalare al padrone di casa un ramo di rosmarino il sabato santo, con il quale avrebbe, poi, aromatizzato l’agnello pasquale. Col passare degli anni, nell’impossibilità di disporre di tanto rosmarino, il dono fatto dal Comitato per i festeggiamenti in onore di S.Vito Martire è diventato un piccolo ramo di abete (che, con i suoi piccoli aghi, assomiglia vagamente alla pianta aromatica) addobbandola con due arance e un limone. Il dono, appeso ben in mostra al balcone più alto della casa, indica il punto in cui si fermerà un rumoroso gruppo di musicanti. Più precisamente, il giorno di Pasqua, a partire dal primo pomeriggio (ma una volta si iniziava dal sabato santo appena “ sciolte” le campane) inizia la parte centrale della festa. Si formano abitualmente quattro o cinque squadre che si dividono nelle varie zone del territorio comunale. Ogni squadra costituisce una sorta di “banda musicale” improvvisata da “sonatori” e “cantatori” locali, ma esperti per tradizione familiare assimilata fin dall’infanzia. La “banda” si compone di strumenti tipici della tradizione partenopea e, più precisamente, di un organetto e di uno o più “scetavaiasse o scotulavaiasse”. A queste componenti di base si possono aggiungere un “tricchebballacche”, un “putipù” e “tammurrielle” varie e, comunque, qualsiasi altro strumento capace di  reggere e assecondare il ritmo della “sonata”. Raggiunta la singola abitazione inizia la serenata vera e propria: accompagnato dal suono dell’organetto e dal ritmo di tamburi e scetavaiasse sale, in stretto dialetto locale, il coro delle voci. Il testo è composto da “ottave incatenate” le quali, seppur oggetto di varianti legate al luogo o suggerite da situazioni e improvvisazioni del momento, conservano, tuttavia, una trama di base contenente le tematiche fondamentali del messaggio augurale. Terminati canti e libagioni, la squadra, seguita spesso da bambini, va via caricata delle offerte in natura e in denaro che la famiglia ha elargito. E così, casa dopo casa, rione dopo rione, masseria dopo masseria, le serenate si succedono per tutto il pomeriggio e, quasi sempre, fino a sera inoltrata, con l’eco dei canti che si rincorrono da una frazione all’altra. Terminato il giro le varie squadre convergono nella piazza del paese trasportando le offerte raccolte.

Squadra Rosamarina

d) asta e banditore: la piazza del paese, aspettando l’arrivo di tutte le squadre provenienti dalle varie frazioni del territorio comunale, si va sempre più affollando, animata da un clima di gioiosa e febbrile attesa. Si  infittiscono i capannelli, si fanno commenti, si definiscono propositi e combine, mano a mano che si ammira tutto il “ben di Dio” che, con sottofondo musicale e in corteo, ostentano gli orgogliosi, ma ormai stremati, suonatori. Si va dagli animali da cortile ai dolci preparati dalle donne di casa e insaccati, uova,vino, liquore, formaggio e tutto quanto si produce in una famiglia legata ancora all’attività agricola. Terminato il deposito delle masserizie raccolte, si predispone un tavolo o un palco illuminato.
Allora il banditore [1] sale sul palco e la gara ha inizio. La folla preme da ogni lato per farsi largo e guadagnare una postazione migliore. Fioccano le offerte e i lazzi e gli sfottò di chi cerca di “smarcare”e condizionare l’avversario, cercando di intuire la mossa successiva. Non mancano le sorprese da parte di chi è disposto anche a puntare i pochi risparmi pur di assicurarsi i “pezzi” pregiati, che un tempo venivano anche spediti in America. Questi sono costituiti dai taralli dalla caratteristica forma di SVM (San Vito Martire), e, una  volta, anche dal mustacciuolo ricco di decori preparati con la consueta perizia dalla pasticceria di Domenico Petretta (Ggimì o pasticcieri).

 

3. Il legame con il Santo Patrono.

Come detto, la sera tutti i gruppi si riuniscono nella piazza principale del paese esibendosi ed esibendo tutto quello che hanno accumulato. Tutti questi doni in natura vengono banditi all’asta e il ricavato è destinato al Comitato S.V.M. per preparare la festa del co-patrono nel mese di agosto.
Infatti, il Santo Patrono ha costituito, fin dal Medioevo, il principale elemento di coesione ed auto-riconoscimento della Comunità perché consentiva ad essa di unificare, intorno al suo culto, le principali componenti sociali, diventando fattore di equilibrio della stessa vita comunitaria. La sua funzione era, quindi, non solo religiosa ma “politica”. Non per niente, ancora oggi, le processioni dei santi sono un momento centrale della ritualità comunitaria, in cui si rappresenta, teatralmente, la gerarchia sociale e si pongono le contrade e le famiglie del paese sotto la sfera del sacro. Grazie a queste potenzialità, il Santo ha finito, quindi, per coinvolgere tutte le manifestazioni popolari tra cui la stessa Rosamarina.
A S. Stefano del Sole il legame con S. Vito è ancor più evidente se si tiene conto degli elementi simbolici presenti nel culto del Santo: l’acqua e l’epilessia. Infatti, da sempre S. Vito è invocato per gli avvelenamenti da rabbia provocata da morsi di cani idrofobi (infatti, questi animali sono sempre presenti nella sua iconografia). L’idrofobia, poi, cioè l’avversione per l’acqua che si trasmette con il morso, ha da sempre accostato il Santo a questo elemento. Fontane, sorgenti e pozzi da cui sgorga l’acqua di S. Vito, sono spesso presenti nei luoghi in cui è venerato e inseriscono il suo culto nel simbolo arboreo-acquatico dei riti legati all’avvento della primavera. Anche nella Chiesa madre di S. Stefano del Sole è presente un pozzetto con l’acqua benedetta di San Vito, aperto in occasione della festività del Santo patrono.  Le testimonianze raccontano che, una volta, alcune donne di S.Stefano, dette scapillate, si recavano periodicamente presso l’altare del Santo col volto coperto da un velo e i capelli sciolti per impetrarne la protezione o per ringraziare per una grazia ricevuta.
Il legame con la “Rosamarina” risulta rafforzato in quanto in passato, lo stesso rosmarino, usato come infuso, era antispasmodico, rilassante e serviva a combattere le contrazioni muscolari. Nell’antichità si sosteneva che “… gli animali velenosi nutrivano nei suoi confronti un’invincibile avversione, tant’è che nè serpe, nè scorpione sarebbero riusciti ad entrare in una casa dove vi fosse del rosmarino”. Infatti, nelle società contadine arcaiche, quando qualcuno subiva un morso o si contorceva in preda ad avvelenamento, si usava attorniare il malcapitato e sopraffarlo con il suono ossessivo dei tamburi i quali, incentivando e quasi incoraggiando le contorsioni, facilitavano l’espulsione del veleno attraverso il sudore.
L’usanza prese il nome di taranta o tarantella proprio perchè associata al tambureggiare e ai monumenti destati dal morso della tarantola.

 

4. Il testo della Rosamarina santostefanese.

Sabatu santu e Pasqua rusata
Jamu mettenno la Rosamarina
Rosamarina è quannu….
Quannu si allungata
Oi quanno si allungata
ncoppa sta finistella si sagliuta

Rit

Oi si sagliuta
ncoppa sta finistella si sagliuta

Figliola ncoppa stà fenesta
Famme la grazia nun te ne trasine
Vuttammi nu capillo
Bella ra’ ste trezze
Oi bella ra’ ste trezze
Mannall’ a bbasciu cà vogliu saglina

Rit

voglio saglina
Mannall’ a bbasciu cà vogliu saglina
E mi ci voglio arrisicane
Ncoppa sta cammarella vogliu ine
la vogliu spezionà
la vogliu baciana
a la vogliu baciana
fino chè me rice amo’ lassami stana!

Rit

lassami stana!
finche me rice amo’
lassami stana

Vulesse sagli’ ncielo se putesse
cu na scalella re seicientu passi
quanno fosse alla cimma
Bella e si rumpesse
Oj bella se rumpesse
m’braccia a nennella
mia m’ arrepusassa

Rit

M’ arrepusassa
m’braccia a nennella
mia m’ rrepusassa

Scusate si ha aggiu fatto troppu tardu
n’ci steva Gesu Gristo m’passione
apritici le porte
bella alla feneste
oj bella alla fenesta
facitici trasi’ pe’
grazia vosta

Rit

pe grazia vosta facitici
trasì pe grazia vosta

Vui ca sapiti c’à la morte vene
tutte le belle si vole pigliane
tu ca si bella oi nenna
mittiti mpinziero
oj mittiti mpinziero
le tue bellezze a chi le vuoi lasciana

Rit

le vuoi lasciana
le tue bellezze a chi le vuoi lasciana

Quannu ta fattu chiu’ de nu bicchiere
mi pare nu cristallo l’acqua e mare
cammini leggera
cammini leggera
mi pari rundinella quannu vola

Rit

oi quannu vola
mi pari rundinella quannu vola

Miezz à lu mare è nata na scarola
li turchi se la jochenu a primera
primera cimma a chi’

Rit

Vuoi pe lo trippone
Vuoi pe lo trippone
viatu a chi la vence sta figliola
oi sta figliola
viatu a chi la vence sta figliola

E ali signuri re tantu luntanu e a li signuri re tantu luntano a vui signuri
addiu!

Che Santu Vitu vi pozza ajutana
Pozza ajutana che Santu Vitu vi pozza iutana.

 

Note:
[1] Tra i tanti banditori, quelli che più si ricordano sono: Giovanni Fiore ( Giuann e mercia), Simone De Feo, Giuseppe Dell’Anno (Pepp e l’anno), Elio De Cicco, figlio di sapatiello ù sparatore, Fiorenzo Petretta e Gerardo Carrino.

Fonti:
Nicolino Farese, A’ Rosamarina, Storia e fenomenologia di una tradizione di S. Stefano del Sole e dell’Alta Valle del Sabato, Ed. Stampa editoriale, Manocalzati, 2008;

A cura di Andrea Melillo, già autore della relativa pagina di Wikipedia.

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