San Vito Martire

 1.   Agiografia e culto di San Vito.

San Vito nacque nel 286 a Mazara del Vallo (o Selinunte) in Sicilia, da una ricca famiglia del paese.
Suo padre Iles, pagano, rimasto vedovo, lo affidò ad una nutrice cristiana di nome Crescienzia, che d’accordo con suo marito Modesto fece battezzare il bambino ad insaputa di suo padre. Già a sette anni cominciò a fare prodigi e, quando nel 303 scoppiò in tutto l’impero romano la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, il giovane Vito era già molto noto nella zona di Mazara.
Il padre non riuscendo a farlo abiurare lo denunziò al preside Valeriano, che ordinò di arrestarlo, insieme alla nutrice Crescenzia e al maestro Modesto. Valeriano cercò, invano, di farlo abiurare in tutti i modi.
Infine, il preside lo rimandò a casa; allora il padre tentò di farlo sedurre da alcune donne compiacenti, ma Vito fu incorruttibile e quando Valeriano stava per farlo arrestare di nuovo, un angelo apparve a Modesto, ordinandogli di partire su una barca con il ragazzo e la nutrice.
Essi sbarcarono alla foce del Sele sulle coste del Cilento, inoltrandosi poi in Basilicata, dove Vito continuò a compiere miracoli e prodigi, finché non venne intercettato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’Imperatore.
Infatti l’Imperatore, avendo saputo della fama di guaritore del ragazzo, lo aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, all’epoca considerata possessione diabolica.
Nonostante Vito avesse guarito il ragazzo, Diocleziano ordinò di torturarlo perché si rifiutò di sacrificare agli dei: dapprima venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi fu gettato fra i leoni che, invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Infine, i torturatori appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto e le loro ossa venivano straziate.
Secondo la leggenda, essi non morirono immediatamente, ma furono trasportati dagli angeli presso il fiume Sele, in Campania (allora Basilicata o Lucania) dove, ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303. Quando morì, Vito aveva tra i 12 e i 17 anni.  Essi furono sepolti da una donna chiamata Fiorenza, ma dopo alcuni secoli, i sacri resti dalla Lucania furono traferiti a Roma, nel cimitero di Callisto.
Secondo una versione tedesca della leggenda, nel 756 l’abate Fulrad di Saint-Denis, avrebbe fatto trasportare le reliquie di san Vito nel suo monastero di Parigi; poi nell’836 l’abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Korway nel Weser, che divenne un centro importante nel Medioevo, della devozione del giovane martire.
Durante la guerra dei Trent’anni (1618-48), le reliquie scomparvero da Korwey e raggiunsero nella stessa epoca Praga in Boemia, dove la cattedrale costruita nel X secolo, era dedicata al santo; a lui è consacrata una splendida cappella.
In realtà delle reliquie di san Vito è piena l’Europa: circa 150 cittadine, vantano di possedere sue reliquie o frammenti, compreso Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli.
Nell’area germanica s. Vito è rappresentato come un ragazzo sporgente da un grosso paiolo, con il fuoco acceso sotto.
Il santuario in cui è venerato nell’allora Lucania, oggi nel Comune di Eboli in Campania, denominato S. Vito al Sele, era detto “Alecterius Locus” cioè “luogo del gallo bianco”.
Il suo culto si diffuse velocemente nel Medioevo, in quanto San Vito fa parte dei 14 Santi Ausiliatori, cioè Santi la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace nelle malattie o specifiche necessità; infatti egli è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Inoltre protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai.

Alla Chiesa Madre del Comune di Santo Stefano del Sole è stata concessa l’Indulgenza plenaria dalla Santa Sede per tutti coloro i quali, confessati e comunicati, visitino l’altare del S. Martire dal 25 agosto al 7 settembre.
Inoltre, a destra dell’altare di San Vito vi è un pozzetto d’acqua, detta Acqua di San Vito, che, se bevuta con fede da coloro i quali siano stati morsi dai cani o altri animali idrofobi (arrabbiati), restano, per intercessione del Martire, immuni dall’idrofobia.

 

2.  Traslazione delle Sacre Ossa di San Vito da Roma in S. Stefano del Sole.

L’ultima domenica di agosto dell’anno 1814 il Comune di S. Stefano del Sole ricevette le sacre reliquie del suo co-Protettore San Vito.
Prima di tale anno vi era, come è attualmente, un altare a sinistra della crociera della Chiesa madre dedicato a San Vito, sul quale vi si trovava un quadro del Martire. La sua festa si celebrava soltanto il 15 giugno.
Agli inizi dell’800 l’Economo della festa di San Vito era il Dott. (medico) Angelo De Feo che, essendo venuto a conoscenza che, in Roma, si trovava il corpo del Martire, si adoperò, tramite il Vicario Capitolare, affinchè i Sacri resti fossero trasportati in Santo Stefano.
Avuta conferma dell’accoglimento della propria richiesta da parte del Santo Padre, il Dott. De Feo commissionò, a Napoli, una statua di San Vito seduta, che fu, poi, situata in una nicchia di legno (ora non più esistente).

Nel suo libro, il Prof. Sac. Don Giuseppe Colacurcio riporta, in modo pittoresco, l’accoglimento delle sacre ossa da parte della popolazione santostefanese:
Sorgeva finalmente l’alba dell’ultima domenica di agosto dell’anno 1814 ed il cielo pareva di prender parte al gaudio che sovrabbondava nell’anima dei Santostefanesi. Il sole che si levava dall’oriente, indorava co’ suoi raggi le cime degli alberi; i vigneti con le loro uve quasi mature sembravano far festa. A mezzogiorno in punto il Clero, le confraternite laicali ed una fiumara di popolo, accresciuto anche da quello dei circostanti comuni, si avviarono al Ponte della Vallare [ndr. confine tra il territorio del Comune di S. Stefano del Sole e Cesinali]. Ivi giunti ritrovarono la nicchia del martire col Sacro deposito, arrivata qualche ora fa da Avellino. Il Sindaco del paese ne prese allora legale possesso  in nome del comune, ed un officiante della Rev.ma Curia di Avellino consegnava all’Arciprete D.Vito De Feo le Bolle di ricognizione […]. Così procedendo si entrò nel caseggiato del Comune, nel quale così le campane della Chiesa Madre, come quelle delle altre Chiese e Cappelle tintinnavano con suoni di gioia e di allegrezza. Tutt’i Sanstefanesi, tranne gli ammalati ed i vecchi, lasciarono le loro case per aver la consolazione di vedere coi proprii occhi la novella statua del loro celeste Patrono con l’urna delle sue Reliquie”.

Altare superstite di San Vito Martire nella Chiesa madre, con la teca che custodisce le preziose reliquie.

Fonti:

– AA.VV., San Vito Martire, storia, leggenda e culto, Italgrafica Edizioni s.r.l., Oria (BR), 2000;
– Colacurcio Giuseppe, Notizie storiche del comune di S. Stefano del Sole, Uffici della Campana del Mattino, Napoli, 1914.

Per L’Associazione San Vito Italia si rinvia a: http://www.sanvitoitalia.it/index.html

A cura di Andrea Melillo.

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