Storia

In blu la posizione del Comune all’interno della provincia di Avellino

Santo Stefano del Sole è un Comune di 2.238 abitanti nella provincia di Avellino (Campania), situato a 547 metri di altitudine nella valle del Sabato, ai piedi del Monte Faggeto (1146 metri – Parco Regionale dei Monti Picentini), tra montagne con castagni, faggi e abeti bianchi.
Nel territorio sgorga la sorgente Urciuoli, dalla quale ha inizio l’acquedotto di Napoli. Tali acque provengono dal lago invernale detto Dragone, sito in Volturara Irpina e, attraverso una voragine, detta Bocca del Dragone, si infiltrano lentamente nel suolo riemergendo a valle. Da essa partiva, oltre 
l’Acquedotto romano del Serino diretto a Napoli, anche l’Acquedotto romano Avellino-Benevento (detto anche Acquedotto sannitico), costruito nella prima metà del I sec. d.C., che proseguiva lungo il corso del fiume Sabato fino a giungere ad Atripalda (l’antica Abellinum) e terminava a Benevento, immettendo le acque nel serbatoio (castellum aquae), di cui restano le vestigia nel luogo dove sorge la Rocca dei Rettori.
Il Comune confina a sud con i comuni di Santa Lucia di Serino San Michele di Serino (il cui confine è delimitato dal Fiume Sabato), a ovest con i comuni di Cesinali e di Atripalda, a est con Volturara Irpina e Serino ed infine a nord con Sorbo Serpico. Tra le frazioni vi sono Boschi, Toppolo, Macchie, Sozze di Sopra, Sozze di Sotto, San Pietro, Santo Stefano centro. [Per un approfondimento geo-morfologico, si veda la relativa voce:  http://www.prolocosantostefanese.it/parco-dei-monti-picentini/ ].

Il Paese ha origini antichissime, come confermato dal rinvenimento di tracce di una frequentazione neolitica nelle località montane, di un insediamento sannita nel centro storico (in località Castelluccio) e di una villa romana [1]. Già nell’anno 650, alla località San Pietro ad Oglio esisteva un importante monastero edificato da Teodorada, ava del duca Gisolfo di Benevento, dei cui domini il Comune faceva parte. All’incremento demografico dell’attuale nucleo urbano contribuì lo spopolamento del Borgo di Castel Serpico (castello feudale che controllava l’antica strada che conduceva  a Melfi, i cui confini giungevano fino al Fiume Sabato), di origine pre-romana, con il trasferimento della popolazione dei Serpiceti verso il Fiume Sabato e l’attuale territorio di Sorbo Serpico [2]. Infatti, l’origine del primo agglomerato urbano stabile di Santo Stefano del Sole viene fatta risalire intorno all’anno 1000, quando i Serpiceti, una popolazione che viveva esclusivamente di pastorizia e agricoltura, si recavano quotidianamente a lavorare la terra nei territori di Castel Serpico, bagnati da corsi d’acqua come il torrente Futo ed il fiume Sabato. Quindi, per evitare di ripercorrere parecchi chilometri a ritroso nel rientrare a Serpico, ritennero più opportuno costruire case più vicine al torrente, tra la Piazza Oscar Brini e Fontana Piedicasale, sul sito attuale del Comune [3]. Dal momento che stava effettivamente formandosi un insediamento urbano, anche il feudatario di Serpico decise di costruirvi il palazzo che ospitasse la sua corte, poco al di sotto dell’attuale Cappella dell’Annunziata, insieme alla Chiesa di Santa Maria delle Cristarelle, ove il parroco di Serpico potesse amministrare i sacramenti (entrambi gli edifici sono andati distrutti dalle piene del torrente).
Il primo documento ufficiale attestante l’esistenza del Comune di Santo Stefano del Sole risale al 1045, essendo il nome di Santo Stefano presente in un diploma custodito nell’archivio della Chiesa di Santa Sofia di Benevento, come feudo della contea di Avellino. Sull’origine del nome non si hanno notizie certe (mentre la scelta dell’appellativo “del Sole”, compiuta nel 1861 per differenziarlo dagli omonimi Comuni del nuovo Regno d’Italia, si spiega in ragione della sua posizione geografica, in quanto mentre sull’intera Valle del Sabato il sole è già tramontato, S. Stefano viene ancora illuminato dai suoi raggi).
Nel 1463 i paesi di Santo Stefano e di Sorbo erano ancora considerati casali di Castel Serpico. Serpico divenne, tuttavia, completamente disabitato nel 1469 a causa della pestilenza che colpì l’intera Europa, e i cittadini superstiti, in parte si stabilirono a valle, formando il nuovo centro di Sorbo Serpico, in parte a S. Stefano del Sole, incrementando il livello demografico del paese.
Dall’anno 1525 il paese di S. Stefano del Sole venne amministrato da un sindaco autonomo, sotto la giurisdizione del feudatario locale, diventando un Comune autonomo. Inglobato nei possedimenti dei Di Capua, appartenne in seguito alle famiglie Capece e Galeota, che lo tennero fino alla metà del XVI secolo. Venduto ai Gesualdo da Giovanni Luigi Capece Galeota, passò ai Del Sangro e poi alla famiglia Zamagna, che lo tenne fino al 1806, anno dell’abolizione dei diritti feudali nell’Italia meridionale.
Non si hanno notizie di eventi storici rilevanti il territorio, eccetto il grave dramma che lo colpì nel XVIII secolo con il brigante Lorenzo de Feo, detto Laurenziello. Il brigante nacque nel 1774 a S. Stefano del Sole. Oltre per aver saccheggiato l’intera provincia di Principato Ultra (come allora si chiamava l’Irpinia), la Terra di Lavoro (antica regione, soppressa dal Fascismo, che comprendeva l’attuale Pianura Campana-Sannio, il Lazio meridionale e il Molise) e la Puglia, dai Santostefanesi viene ricordato per la strage commessa nel territorio comunale il 3 agosto 1809  (in totale si contarono più di 30 vittime e diversi feriti). Venne catturato il 17 novembre 1811, processato e, il 6 maggio 1812, impiccato nell’odierna Piazza della Libertà di Avellino [Per un approfondimento, si veda la relativa voce: http://www.prolocosantostefanese.it/il-brigante-laurenziello/ ].

Note:

[1] In particolare, la zona di Piano della Guardia è stata utilizzata fin dall’epoca preistorica come antico tratturo per la transumanza verticale. La prova è data dai ritrovamenti di questa zona, frammenti di ceramiche e da abbondanti resti di nuclei carboniosi e di concotto che farebbero ipotizzare la presenza di una serie di pali in legni infissi nella terra a contorno delle stesse buche. Il periodo ipotizzato, in base alla tipologia ceramica ed alla posizione stratigrafica, è della fine del Neolitico. Nella zona di Castelluccio (la parte più antica del centro storico) sono stati rinvenuti reperti archeologici di epoca sannita (anfore, ampolle e lacrimatoi), oggi custoditi presso il Museo Irpino. L’insediamento sannita di S. Stefano ricalca la tipologia degli insediamenti sanniti preromani della zona, fatti da centri di piccole dimensioni e sparsi nel territorio lungo la valle del fiume Sabato: la ragione di tali caratteristiche è legata all’economia prevalentemente agricolo-pastorale. La villa è di epoca romana e legata all’uso agricolo del territorio intorno ad Abellinum. Infine, in località Angelo è presente un altorilievo su pietra di età tardo-romana. Fonte: www.va.minambiente.it/File/Documento/83019

[2] Anticamente, la zona di Serpico e Santo Stefano era abitata dalla popolazione degli Irpini. Dopo averli sconfitti, i Romani insediarono, sul preesistente pagus sannita, un castrum (fortificazione) sul colle Serpico, in modo da dominare la via che congiungeva l’Appia alla Tirrenica. Il nome Serpico deriva dalla costruzione di un tempio dedicato a Serapide, dea egizia della fecondità della terra. Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i colli limitrofi ad Abellinum (odierna Atripalda) diventarono sicuro rifugio per la popolazione in fuga a causa dei Barbari. I Longobardi, infine, potenziarono Castel Serpico. Per un approfondimento, si veda il paragrafo successivo: “Santo stefano del Sole all’interno della storia dell’Irpinia”.

[3] Le famiglie più facoltose all’epoca erano quelle dei Niger o Nigro, quelli dei Iob o Ciob, quella dei Petrella, poi Petretta, di cui ricordiamo i nomi insiti in alcuni dei suoi rioni (casa Cioppa, casa Nigro, casa Petretta.

 

SANTO STEFANO DEL SOLE ALL’INTERNO DELLA STORIA DELL’IRPINA

La Campania antica

La presenza di popolazioni stanziate in Irpinia sin dalla Preistoria è stata confermata dai rinvenimenti archeologici: tracce di frequentazioni risalgono al Paleolitico (Fisciano, Montoro Superiore, come ad esempio l’insediamento Paleolitico in località Ponte di Serino e la grotta di Ribottoli), al Neolitico (Eboli, Olevano sul Tusciano, Santo Stefano del Sole, in località Piano della guardia), all’Età del Bronzo e del Ferro (oltre alla Civiltà del Gaudo testimoniata ad Eboli, la Cultura di Oliveto Citra, e Solofra).
Queste frequentazioni attestano che queste popolazioni si sono insediate nelle valli e pianure più adatte alla coltivazione, con la presenza di pascoli, di boschi e di corsi d’acqua. infatti, la valle del Sabato si trova lungo un percorso di collegamento fra la costa tirrenica e le zone pianeggianti dell’Apulia, collegamenti di tipo economico dovuto alla transumanza mediante tratturi (come quello santostefanese  in località Piano della Guardia); inoltre, il territorio costituisce un percorso di collegamento
 fra Adriatico e Tirreno lungo la via che attraversa i Monti Picentini e successivamente anche attraverso la
piana di Montoro verso la zona nolana fino al napoletano e verso Fratte e Salerno.
Numerose, infatti, sono le testimonianze di insediamenti di popoli italici, Irpini (Chiusano San Domenico, Lioni, Santa Lucia di Serino, Santo Stefano del Sole, in particolare sanniti, nella località Castelluccio), e Piceni, ‘trapiantati’ qui dalle coste adriatiche e dai quali si originò l’antica Picentia (Giffoni Sei Casali e Giffoni Valle Piana). Si conoscono anche tracce di insediamenti etruschi (Fisciano), mentre più complessa è la collocazione storica di Sabatia (Serino). Successivamente le testimonianze si infittiscono; da quelle d’età greco arcaica di Montecorvino Rovella a quelle romane, diffusissime, a partire dal IV secolo a.C., a Giffoni Valle Piana, Lioni, Montemarano, Nusco, San Cipriano Picentino, Santa Lucia di Serino, Sorbo Serpico.
Più in particolare, oltre 2000 anni prima di Cristo, una massa di popoli asiatici, i Pelagi, migrarono in Europa (e, quindi, in Italia). Nel 1000 a.C. altri popoli provenienti dall’Armenia, detti Osci, raggiunsero l’Italia meridionale e, mescolandosi ai preesistenti Pelagi, diedero vita alla popolazione degli Osco-Pelagi.
Intorno al 600 a.C., la popolazione degli Osco-Pelagi fu soppiantata da quella dei Sabini, in seguito chiamati Samnites (Sanniti) dai Greci e dai Romani, che diedero il nome “Sannio” alla regione che, precedentemente, era chiamata dai greci “Taurasia” (poiché le popolazioni vi giunsero guidate da un toro, “taurus”). Dai Sanniti discesero varie tribù, tra cui gli Irpini (poichè questa tribù di sanniti fu guidata in queste terre da un lupo, “hirpus”), che abitavano la zona meridionale dal monte Taburno fino alla Puglia piana (una tradizione strettamente sannita detta “ver sacrum”, la primavera sacra: i primogeniti nati a primavera, da adulti, dovevano emigrare per fondare nuove comunità altrove seguendo un animale-guida; ogni tribù aveva un animale sacro agli dei: per i Sanniti era il toro, per gli Irpini il lupo, per i Piceni il picchio, ecc.). La regione abitata dalla popolazione degli Irpini, indipendente dalle altre tribù di origine sannita, era ricompresa nella vecchia provincia di Principato ulteriore, da Benevento al fiume Sabato.
Le suddette tribù (tra cui gli Irpini) facevano parte della Lega Sannitica e combatterono contro Roma sia durante le tre Guerre Sannitiche (343-298 a.C.), dove i Romani furono sconfitti dai Sanniti nella battaglia delle Forche Caudine nel 321 a.C., sia sostenendo Pirro nella guerra contro Roma (280-275 a.C.). Sconfitto Pirro, nel 224 a.C., i Romani riuscirono a riconquistare l’Italia meridionale e gli Irpini, come le altre popolazioni italiche furono sconfiti e costretti a riconoscere l’autorità di Roma, cui pagavano i tributi.
Nel 90 a.C. gli Irpini si unirono agli Italici nella guerra sociale contro Roma. Arresasi a Roma, l’Irpinia fu separata dal Sannio, che rientrò nella IV regione, e inclusa in gran parte nella II Regio Apulia (attuale Puglia) e controllata dalla colonia militare di Compsa.
Tra le città più importanti dell’Irpinia (di origine sannita e diventati “municipia” romani) vi furono nell’Alta valle del Sabato Abellinum (l’attuale Atripalda) e Sabatia (a breve distanza dal fiume Sabato, sui monti tra gli odierni Serino e Volturara); Aeclanum (Mirabella Eclano), Compsa (Conza della Campania) ed Aquilonia (in osco Lacedonia); Taurasia (Taurasi); Romulea (Bisaccia); Trivicum (Trevico); Aletrium (Calitri), nell’alta valle dell’Ofanto; Fulsulae (Montefusco); Fratuentum (Monticchio, presso sant’Angelo dei Lombardi), nelle vicinanze di Taurasia.
Tra i maggiori centri urbani di epoca romana presenti nella zona della valle del Sabato vi è Abellinum, località già frequentata fin dalla tarda età del bronzo. A partire dal I sec a.C. soprattutto in epoca augustea, la Valle del Sabato assume un’importanza strategica in quanto percorso di collegamento fra la via Annia-Popilia nei pressi dell’attuale Mercato San Severino, e la via Appia passante da Beneventum. Sempre nel periodo augusteo vengono costruiti nella zona due
acquedotti nei pressi delle sorgenti di Serino e di Santo Stefano del Sole, l’uno che riforniva la rete idrica di Abellinum e di Beneventum, l’altro che portava l’acqua fino a Neapolis, attraverso la pianura di Montoro, la zona di Mercato San Severino e poi verso la valle del Sarno (acquedotto di Napoli; acquedotto per Abellinum-Beneventum). La presenza romana nel territorio della valle del Sabato e della costa tirrenica è forte ed è testimoniata dai numerosi siti che dimostrano il forte popolamento delle valli intorno ad
Abellinum e sulla costa soprattutto per attività agricole, come le numerose ville rustiche e i siti di produzione artigianale, e le zone sepolcrali con tombe e/o monumenti funerari (nelle vicinanze di Castel Serpico, in territorio santostefanese, è stata rinvenuta una villa romana).
Nel 476 d.C., con la caduta dell’Impero romano, l’Italia e l’Irpinia furono invase dai popoli Barbari, come i Goti. Giustiniano, il nuovo imperatore d’Oriente programmò la riconquista dell’Occidente, muovendo guerra ai Goti (guerra Gotico-Bizantina: 535-553). Giustiniano riuscì a conquistare Napoli e Roma, ma il territorio irpino fu desolato dagli eserciti dei Bizantini e Goti; le uniche città allora ancora vive, Avellino e Conza, finirono per essere distrutte e gli abitanti fuggirono sui monti vicini, tra cui Castel Serpico.
Dieci anni dopo, nel 568, un’altra popolazione germanica, i Longobardi, entrò in Italia, si mescolò ai Goti e nel 570  fondarono il Regno longobardo: l’Irpinia fu annessa al Ducato di Benevento.
In questa fase storica lungo la valle del Sabato vengono costruiti numerosi  centri fortificati a difesa del territorio, di cui oggi si vedono i resti dei castelli, quasi tutti di origine longobarda e altomedievale (IX-X sec d.C.), a difesa dei territori e delle vie di comunicazione i cui tracciati antichi resteranno nella maggior parte dei casi in uso –con qualche variazione e abbandono– anche in
epoca medievale e moderna. Fra i siti altomedievali legati a questi borghi fortificati abbiamo quelli di Mercato San Severino a guardia della via dei due Principati che ricalca per un tratto la via Antiqua diretta ad Abellinum, rimasta comunque in uso; la via ex-Antiqua è dunque controllata nel suo percorso
attraverso la valle del Sabato da vari castra ancora visibili: il castello di Montoro, il castello di Serino (loc. Toppola,), il fortilizio longobardo di località Ogliara – Civita di Serino; il castello longobardo di Sorbo Serpico e di Chiusano San Domenico . Più a sud invece, lungo il vecchio tracciato viario di collegamento fra la valle del Sabato e la pianura dell’antica Picentia (oramai di minore importanza) troviamo i castra di Giffoni Valle Piana e di Olevano
sul Tusciano.
Nell’851 il Ducato di Benevento fu scisso in tre principati (Benevento, Salerno e Capua): il fiume Sabato fu scelto a confine dei principati di Benevento e Salerno, per cui mentre San Michele di Serino, Montoro, e tutta la regione dal Terminio a Salerno furono uniti al Principato di Salerno, invece Santo Stefano, Avellino e tutta la regione fino a Benevento rimasero aggregati al Principato di Benevento. Vennero costruiti e/o potenziati numerosi castelli e fortificazioni, come quello di Serpico, San Barbato, Aiello, Montella, Serino, ecc., a difesa dell’Irpinia che veniva continuamente devastata dai Saraceni che, tra il 900 e il 910, distrussero Frigento, Taurasi e Avellino.
Nel 1008 il Ducato venne conquistato dai Normanni, che divisero il territorio in contee.
Durante la dominazione angioina, il Giustizierato di Principato e Terra (o Valle) Beneventana, stabilito da Federico II nel 1273, fu diviso da Carlo I d’Angiò nel 1273 in Principatus ultra serras Montorii (Principato Ultra o Ulteriore), con capoluogo Avellino e Principatus citra serras Montorii (Principato Citra), ovvero Principato al di là delle montagne (dorsali, “serre”) di Montoro (a nord) e Principato al di qua delle montagne di Montoro (a sud).
Nel 1581 la sede della Regia Udienza Provinciale passò a Montefuscolo (attuale Montefusco).
La divisione in principati, ducati, contee e baronie durò fino al 1806, quando la Rivoluzione francese soppresse il regime feudale, e con Regio Decreto del 1806, per la prima volta, Avellino ridivenne il capoluogo del Principato Ulteriore (o Ultra).
Durante la dominazione dei Borbone (Regno di Napoli), in Irpinia vi furono numerosi moti insurrezionali (1820-1821 e 1848).
Con l’arrivo dei Garibaldini, la Corte borbonica, nel 1860 fuggì a Gaeta, alla cui difesa partecipò anche il santostefanese Lorenzo De Feo, futuro brigante: il 7 settembre, con l’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli, venne proclamato il “Governo Provvisorio Irpino”; il 21 ottobre dello stesso anno il popolo irpino votò l’annessione al Regno d’Italia e Avellino venne confermata capoluogo di Provincia.


Fonti:

Colacurcio Giuseppe, Notizie storiche del comune di S. Stefano del Sole, Uffici della Campana del Mattino, Napoli, 1914;
– Campanile Filiberto, L’armi, ouero insegne de’ Nobili, ove sono i discorsi d’alcune famiglie nobili, così spente, come vive del Regno di Napoli, Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli, 1610, pag. 220.
– Capece Bruto, 
Della Famiglia Capece. Opera intitolata a Federigo Tommacello, Marchese di Chiusano … per Scipione Ametrano., Stamperia di Costantino Vitale, Napoli, 1603, pag. 70;
– Barra Francesco (a cura di), Storia illustrata di Avellino e dell’Irpinia, vol. I-IX, Ed. Sellino & Barra, Avellino 1997-1998;
– Galasso Giampiero, Storia dell’Irpinia antica, ed De Angelis, 2005;
– Scandone Francesco, Abellinum longobardicum, Casa Editrice Libraria Humus, Napoli, 1948;
– Scandone Francesco, Documenti per la storia dei comuni dell’Irpinia, a cura dell’Amministrazione Provinciale, Avellino, 1957;
– Zingarelli Giuseppe, Storia della cattedra di Avellino […], Napoli, 1856;
www.va.minambiente.it/File/Documento/83019 ;
– http://www.comune.sorboserpico.av.it/c064102/images/apud.pdf ;
– http://www.treccani.it/enciclopedia/avellino_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/ ;
– http://www.irpinia.info/sito/index.htm .

 

A cura di Andrea Melillo, già autore della relativa pagina di Wikipedia.

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